Si accende il dibattito sui servizi sanitari e assistenziali nelle aree montane del Piemonte, con una posizione netta da parte dell’Uncem, che denuncia quello che definisce non un processo di riorganizzazione, ma una progressiva “spoliazione” dei presidi territoriali.
Al centro delle critiche lo spostamento della Continuità Assistenziale da Venasca a Verzuolo, un intervento che secondo l’Uncem rappresenta l’ennesimo arretramento dei servizi nelle vallate. “Si parla di efficientamento e ottimizzazione, ma i cittadini vedono solo servizi che si allontanano”, è la posizione espressa nel dibattito, che evidenzia come per chi vive in montagna anche pochi chilometri in più possano tradursi in tempi di intervento più lunghi e maggiori difficoltà di accesso alle cure, soprattutto per le fasce più fragili.
A intervenire è Stefania Dalmasso, sindaca di Piasco e componente della Giunta di Uncem Piemonte, che parla apertamente di una tendenza preoccupante: “Il diritto alla salute non può dipendere dal CAP di residenza”. Dalmasso sottolinea come la montagna venga ancora troppo spesso trattata con logiche pensate per i contesti urbani, senza considerare le reali condizioni territoriali, dalla viabilità alle distanze fino alla presenza diffusa di popolazione anziana.
“La sanità territoriale non è un costo da comprimere, ma una condizione minima di dignità e sicurezza”, aggiunge, chiedendo che ogni riorganizzazione venga condivisa preventivamente con i territori e che per le aree montane vengano adottati criteri specifici e non parametri standard.
Sulla stessa linea anche il presidente nazionale di Uncem, Marco Bussone, che interviene sul ruolo dei sindaci: “Se sono responsabili della salute pubblica, devono avere anche gli strumenti per garantirla. Altrimenti è una presa in giro”. Un passaggio che apre anche a una riflessione più ampia sul rapporto tra enti locali e gestione dei servizi essenziali.
Il presidente di Uncem Piemonte, Roberto Colombero, richiama invece la necessità di una mobilitazione più ampia: “Stiamo difendendo il diritto delle persone a restare nei propri territori con pari dignità rispetto alle città. Se servono nuove leve politiche e istituzionali, bisogna agire senza indugi”.
Nel confronto entra anche il tema della carenza di personale sanitario, indicato come una delle principali criticità del sistema. Ma per l’Uncem questo non può giustificare un arretramento dei servizi: serve una strategia nazionale e regionale che renda più attrattivo il lavoro nella medicina d’urgenza e nelle aree periferiche, insieme a incentivi strutturali per chi opera nelle zone montane.














