Erano quarantatré anni fa, sull’autostrada che porta a Palermo, quando tre uomini persero la vita mentre svolgevano il loro lavoro. Si chiamavano Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Avevano tra i 27 e i 29 anni ed erano nella prima auto del convoglio che scortava il giudice Giovanni Falcone.
Alle 17.58 del 23 maggio 1992, nei pressi di Capaci, circa mezzo quintale di tritolo fece esplodere il manto stradale, trasformando quel tratto di autostrada in un luogo simbolo della storia italiana. In quell’attimo si consumò una delle stragi più drammatiche della lotta alla mafia.
Non erano eroi per scelta, quel giorno. Lo erano ogni giorno, nel gesto ripetuto e silenzioso di chi mette il proprio corpo tra una minaccia e la persona da proteggere. Consapevoli del rischio, come ricordato nella motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Civile loro conferita, svolgevano il loro compito con «alto senso del dovere e serena dedizione».
Parole che pesano ancora oggi, perché raccontano una quotidianità fatta di responsabilità e sacrificio.
Quest’anno il Presidente della Repubblica ha voluto riconoscere collettivamente quel servizio. Lo scorso 10 aprile, in Piazza del Popolo, in occasione delle celebrazioni per il 174° anniversario della Polizia di Stato, è stata consegnata la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Bandiera della Polizia per i servizi di scorta e tutela.
La motivazione sottolinea l’«adempimento quotidiano e silenzioso» e il ruolo di chi ha garantito, anche a costo della vita, la sicurezza e il libero esercizio delle funzioni democratiche del Paese.
Il riconoscimento riguarda tutte le donne e gli uomini impegnati nei reparti scorte, nati proprio dopo quella stagione di sangue. Fino agli anni Ottanta, infatti, non esisteva una struttura organica dedicata: la protezione era spesso frammentata e improvvisata. Gli omicidi di Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, insieme alle stragi di Capaci e via D’Amelio, imposero una svolta.
Nacquero così i reparti scorte nelle Questure, i percorsi di addestramento ad Abbasanta e, nel 2002, l’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale. Si consolidò anche una nuova dottrina operativa: la scorta non è un semplice accompagnamento, ma un sistema complesso fatto di analisi del rischio, pianificazione e prevenzione.
Oggi in Italia sono centinaia le persone sottoposte a tutela. Dietro ognuna di loro c’è il lavoro discreto di agenti che rinunciano spesso alla propria vita privata per garantire quella altrui, in un impegno che resta volutamente invisibile.
Per questo la medaglia assegnata quest’anno assume un valore che va oltre il simbolo: è il riconoscimento di un servizio silenzioso ma essenziale. Un modo per ricordare che nomi come Montinaro, Dicillo e Schifani non appartengono solo alla memoria delle cerimonie del 23 maggio, ma alla coscienza viva di un Paese che non può dimenticare il prezzo della propria democrazia.














