Economia - 27 agosto 2026, 07:30

Vendemmia 2026, meno uva per la siccità ma preoccupano le cantine piene

Raccolti in calo ma a pesare sul settore sono soprattutto le giacenze elevate, la discesa dei prezzi e le difficoltà dell’export

Vendemmia 2026, meno uva per la siccità ma preoccupano le cantine piene

Una vendemmia in cui, paradossalmente, produrre meno potrebbe rappresentare una buona notizia. È il quadro che accompagna la raccolta 2026 in Italia, già partita in anticipo in diverse zone a causa delle condizioni climatiche. A preoccupare il settore, infatti, non è soltanto l'andamento dei vigneti, ma soprattutto un mercato caratterizzato da quantità molto elevate di vino ancora nelle cantine.

Secondo i dati del ministero dell'Agricoltura, al 31 luglio 2026 le giacenze italiane di vino e mosti ammontavano a 45,6 milioni di ettolitri, con un incremento dell'8,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Una quantità che, secondo le valutazioni del settore, equivale sostanzialmente ad avere già in magazzino un'altra vendemmia.

La conseguenza è una forte pressione sui prezzi. A giugno i vini sfusi Doc italiani erano quotati mediamente 1,57 euro al litro, il 7% in meno rispetto a un anno prima, mentre per i vini comuni la flessione raggiungeva il 19%. A complicare ulteriormente il quadro c'è l'andamento delle esportazioni: nei primi cinque mesi dell'anno il valore dell'export è diminuito di quasi il 7%, attestandosi intorno ai 3 miliardi di euro, con un calo del 15% sul mercato statunitense.

Sul fronte produttivo, la siccità e le alte temperature potrebbero determinare una riduzione del raccolto. La mancanza di un adeguato sbalzo termico tra giorno e notte ha inoltre favorito fenomeni di disidratazione delle uve e una perdita di peso dei grappoli. Il calo previsto, tuttavia, potrebbe non essere sufficiente a riequilibrare domanda e offerta.

A pesare sui viticoltori sono anche i costi. Secondo le valutazioni riportate dall'Unione italiana vini, la produzione lorda vendibile media di un vigneto si aggira tra 4 e 5 mila euro per ettaro, mentre i costi possono arrivare a circa 7 mila euro. Nelle attuali condizioni di mercato, una produzione nazionale considerata maggiormente sostenibile sarebbe compresa tra 35 e 38 milioni di ettolitri.

Diversi consorzi hanno già deciso di intervenire riducendo le rese destinate ai vini a denominazione. Tra questi anche realtà piemontesi: per il Barbera d'Alba il limite è stato portato a 90 quintali per ettaro, con una riduzione del 10,5%, mentre per l'Asti Docg si scende a 85 quintali, il 15% in meno.

Il problema, però, resta quello dell'equilibrio complessivo della produzione. Le uve che non possono essere destinate a una determinata Doc possono infatti essere utilizzate per altre categorie di vino, limitando l'effetto dei tagli sulle quantità totali immesse sul mercato.

Il settore guarda quindi alla vendemmia 2026 con una preoccupazione insolita: non tanto per il rischio di raccogliere troppo poco, quanto per quello di continuare a produrre più vino di quanto il mercato riesca ad assorbire, con possibili conseguenze sulla redditività dei vigneti e, nel lungo periodo, sul rischio di abbandono delle coltivazioni.

a.f.

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