La morte di Giulia “mi ha lasciato devastato. È stata mia figlia Elena a reagire gridando ‘è stato il vostro bravo ragazzo..’, rifiutando di stare in silenzio, rivendicando la voglia di ‘fare rumore’ ad indicarmi la strada. Ho iniziato a chiedermi cosa avrei potuto fare per evitare il ripetersi di femminicidi e violenze parlando a noi uomini". Così ha esordito Gino Cecchettin nell’incontro tenutosi ieri sera al teatro Il Maggiore di Verbania.
“Anch’io – ha proseguito – sono cresciuto in una famiglia disfunzionale, assimilando una cultura patriarcale, ricordo ancora certi litigi per motivi stupidi con mia moglie, Monica. Non ci parlavamo per tre giorni, poi ricominciavamo a parlarci senza chiederci scusa. Quando s’è ammalata, quando l’oncologa ci ha detto ‘siamo alla fine’, ho chiesto scusa ma era troppo tardi. La violenza nasce dalla difficoltà di gestire emotivamente un abbandono, “Filippo (Turetta, ndr) non ha saputo gestire una vita senza Giulia, che aveva rotto con lui”. Vittima, come quasi tutti, di un retaggio culturale a partire dall’infanzia, “che insinua certe convinzioni, ad esempio “piangi come una femminuccia" o, nell’adolescenza, la convinzione che alle donne piacciono i tipi duri. Convinzioni che cerchiamo di rimuovere con la Fondazione Giulia Cecchettin, con l’ausilio degli esperti che hanno aderito”.
Per questo, l’educazione sessuo-affettiva, per Gino Cecchettin, andrebbe praticata fin dall’infanzia: “È in quell’età che si radicano convinzioni che, più avanti nella vita, danno luogo a comportamenti violenti”. Occorre agire anche sulle famiglie e “in quei casi dove certi comportamenti anomali derivano da situazioni particolari, è compito della scuola”.
Il dolore della perdita, ha risposto ad una domanda del pubblico, “non va affrontato cercando di dimenticare, non serve, non funziona. Quando mi pende il dolore per la mancanza di Giulia, ma anche di Monica, mi rifugio nella sua stanza, ricordo il disordine della sua camera, ricordo una delle sue fantasie, come quella di progettare una scala mobile all’incontrario. Quest’estate, ad Orvieto con amici, ho percorso una scala mobile all’incontrario e ho sorriso, in quel momento Giulia era con me. Ci sono tanti momenti in cui è possibile rivivere con chi non c’è più. Ma non bisogna limitarsi a ricordare il passato. Lo sguardo rivolto al passato toglie spazio al futuro. Anche questo me l’ha insegnato Giulia, quando dopo la morte di Monica m’ha spinto a tornare a ballare. È così che ho conosciuto una persona che oggi è la mia compagna”.
Alla domanda se non si sia pentito di non aver “preso per il collo” Turetta, se si rimproveri di non aver vigilato abbastanz,a ha risposto: “Non ho mai fatto baruffa, se non da ragazzo, non credo sarei arrivato a prendere per il collo Filippo. M’ero accorto del rapporto ossessivo instaurato con Giulia e sono intervenuto, ad esempio, quando mi sono accorto che rimaneva collegata in video mentre studiava, le ho detto di smettere. Poco prima che accadesse le avevo consigliato d’interrompere anche l’amicizia, ma lei mi aveva detto ‘non preoccuparti papà, è un bravo ragazzo’. Non credo d’aver sbagliato qualcosa, non bisogna mai pensarlo dopo che è successo. Non serve a niente”.
Tra un intervento e l’altro di Cecchetti, Camilla Bertolesi, laureanda al Dams di Bologna ha letto alcune pagine del libro “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia”.









