Si sono concluse con la commemorazione di Giovanni Palatucci, il questore reggente di Fiume morto a Dachau nel 1945, sul lungolago a lui intitolato le celebrazioni del Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe titine e dei profughi dell’esilio giuliano dalmata a Verbania. La cerimonia s’è aperta con la deposizione di un omaggio floreale davanti alla targa commemorativa da parte del vice questore vicario Antonio Di Piazza, del capo di gabinetto della Prefettura Manfredi Maria Manule e dell’assessore alla cultura di Verbania Luciano Paretti. Poi la recita di una preghiera da parte di don Luigi Donati e la benedizione in suffragio non solo di Palatucci ma di tutte le vittime dei quel tragico periodo della storia d’Europa. In chiusura, Di Piazza ha ricordato brevemente la carriera in polizia di Palatucci, dal giuramento nel 1936 alla nomina a questore reggente fino all’arresto da parte della Gestapo nel settembre di quell’anno, in seguito alla denuncia d’un collaboratore al corrente della falsificazione dei documenti per favorire la fuga di profughi ebrei destinati altrimenti ai campi di sterminio. Tradimento che gli costò la prigionia a Dachau, dove morì a febbraio 1945, pochi mesi prima della fine della guerra.
In precedenza, dalle 10.00 sotto la tettoia del vecchio imbarcadero di Intera, si è svolta la cerimonia provinciale, organizzata dal Comitato X Febbraio. “Ricordare perché non accada ancora”, ha aperto la cerimonia il presidente del comitato, Fabio Volpe. Il sindaco Giandomenico Albertella ha ricordato “le vittime e le migliaia di profughi. Farne memoria oggi è un atto di giustizia morale verso chi ha sofferto e non ha avuto spazio nella memoria collettiva. Un ricordo che non divide ma unisce, ai giovani spetta ricordare perché certe tragedie non abbiano a ripetersi”.
“Non è solo una data del calendario – ha commentato Gianmaria Minazzi, in rappresentanza della provincia del Vco – il nostro compito, come istituzioni e cittadini, è di onorare le vittime delle foibe e chi ha avuto il coraggio di raccontare, di ricordare il valore della vita e della libertà. L’Italia esiste non solo nella geografia ma nella storia e nella memoria”. Il sottosegretario alla presidenza della regione Alberto Preioni ha aggiunto: “È una pagina di memoria complessa, ancora difficile da raccontare”.
“La pagina più buia della storia contemporanea – ha sottolineato Francesco Sirtori, vicepresidente del Comitato X Febbraio – costata la vita ad oltre 10.000 persone, riconosciuta con la legge del 2004, la data del 10 febbraio è stata scelta perché il 10 febbraio 1947 fu firmata la pace”.
Prima del corteo fino alla targa commemorativa al parco Cavallotti è intervenuta Elena Giudice, fuggita da Pola all’età di 8 anni con tutta la famiglia: “Trasmetto le emozioni di una bimba di 8 anni, fuggimmo perché mio papà era stato inserito in una lista di persone destinate alla foiba. Ricordo l’ultimo giorno con i compagni di classe a scuola. Raccogliemmo una manciata di terra come ricordo, perché sapevamo che non saremmo tornati. Riuscimmo a partire con il secondo piroscafo. Siamo stati una famiglia fortunata, perché mia mamma aveva una sorella a Maddaloni disposta ad accoglierci. Ricordo le manifestazioni di simpatia che ci accolsero alla stazione di Padova. A Bologna fu molto diverso. A Firenze fummo accolti da una manifestazione di italianità. Arrivai a Maddaloni alle 10 di sera. Mi trovai male, parlavano una lingua che non capivo, la maestra a scuola aveva un bastone. Non frequentai la terza e la quarta elementare, mi preparavo a casa e sostenevo gli esami. Poi iniziammo a girare l’Italia perché mio padre era ferroviere e fu reinserito nelle ferrovie italiane, fino a Torino dove ci stabilimmo definitivamente. Io poi sono arrivata a Verbania per ragioni di lavoro di mio marito”. Oltre ai suoi ricordi personali, Elena Giudice ha raccontato l’esperienza di famiglia dai resoconti del diario che il fratello maggiore, allora 16enne, teneva regolarmente: “Fu picchiato da un partigiano titino perché, all’arrivo degli americani, sfilò col tricolore senza stella rossa, sfuggì all’arresto perché soccorso da un militare americano che lo caricò su un camion di passaggio. Finì lo stesso in prigione, ma mia madre riuscì a farlo rilasciare raccontando che fosse iscritto al patito comunista portando indumenti che ne attestavano l’appartenenza”.













