«Ritengo che questa cosiddetta “tassa sulla salute”, al di là del nome, rappresenta di fatto un’imposta introdotta dal Governo italiano a carico dei lavoratori frontalieri. Al riguardo, vorrei richiamare l’accordo sottoscritto tra Svizzera e Italia - recentemente aggiornato - sull’imposizione dei frontalieri, che all’articolo 9 prevede un’eccezione per i cosiddetti “vecchi frontalieri”, ai quali continua ad applicarsi il regime precedente. Ricordo che, in base a quel regime la Svizzera versa ogni anno all’Italia i cosiddetti ristorni sui frontalieri: si tratta di importi molto elevati, oltre 100 milioni di franchi annui solo per quanto riguarda il Canton Ticino. Alla base di questi versamenti vi è un principio chiaro sancito dall’accordo: il ristorno è riconosciuto perché dal lato italiano non viene prelevata alcuna imposta sui frontalieri (principio dell’imposizione esclusiva in Svizzera). Ora, con l’introduzione di una nuova imposta in Italia, come appunto questa “tassa sulla salute”, verrebbe meno uno dei presupposti dell’accordo. In questo scenario, la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono portare a una decurtazione dei ristorni».
E’ quanto dichiara al Corriere del Ticino il consigliere di Stato Christian Vitta che torna sul tema dei ristorni dei frontalieri in relazione alla tassa sulla salute. Vitta, che è anche Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia, analizza con il giornale svizzero il clima di crescenti tensioni tra Italia e Svizzera. E afferma che «la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono giustificare una riduzione dei ristorni».
Una critica aperta all’Italia. Dice Vitta nell’intervista al giornale svizzero: «La nuova legge di bilancio, in vigore in Italia dal 1. gennaio 2026, introduce importanti incentivi fiscali per le aziende che investono in macchinari destinati al territorio italiano, a condizione però che tali macchinari siano fabbricati nell’Unione europea o nello Spazio economico europeo. È evidente che il Ticino, e la Svizzera più in generale, ne risultano penalizzati. Solo dal Ticino verso l’Italia, nel 2025, le esportazioni dirette in questo comparto hanno raggiunto circa 180 milioni di franchi. A livello svizzero, le stime indicano un volume complessivo di esportazioni di macchinari verso l’Italia pari a circa un miliardo di franchi. Parliamo quindi di cifre molto rilevanti, con conseguenze concrete per il nostro tessuto economico».





