Territorio - 23 maggio 2024, 16:00

Alpinismo esplorativo sui Corni di Nibbio, ripetuta la via del Gran Diedro del Lesino FOTO

Era già stata tracciata nel 1948: i giovani alpinisti Luca Favaretto e Iacopo Perelli Cazzola l'hanno ripercorsa

Alpinismo esplorativo sui Corni di Nibbio, ripetuta la via del Gran Diedro del Lesino FOTO

Rocce severe, dall’accesso lungo e complicato. I Corni di Nibbio sono la nuova frontiera dell’alpinismo esplorativo del Vco. Guglie e pinnacoli che dividono Val Grande e bassa Ossola e che stanno conoscendo un nuovo interesse a livello alpinistico. È il caso del Lesino e, in particolare, del Gran Diedro, che ha visto ora la prima ripetizione, grazie a Luca Favaretto e Iacopo Perelli Cazzola. Già il Pizzo Lesino, la cima più elevata della catena dei Corni di Nibbio, una montagna bella e ardita, separata dal prospiciente e più frequentato Proman, da cui è diviso dal profondo vallone di Nibbio, che conduce alla Bocchetta di Valfredda. 

“Il "Gran Dietro del Pizzo Lesìno (1990 m), la vetta più elevata della catena dei Corni di Nibbio, è chiaramente visibile dalla piana ossolana: una parete grigia alta 500 m e di gneiss fragile. La punta triangolare del Lesìno, ardita e bella – racconta lo scrittore Paolo Crosa Lenz -, è onnipresente nella vita e nel paesaggio per le genti della bassa Ossola; in particolare da Ornavasso (dove è chiamato semplicemente il Torrione) si staglia nitida nel cielo della Val Grande. L'alpinismo su queste montagne non ha una grande storia; le pareti sommitali sono brevi, gli itinerari per arrivare agli attacchi sono lunghissimi e disagevoli”. Grandi “ravanate”, per dirla con un termine molto chiaro con cui si intende, nel mondo dell’escursionismo, quei percorsi lunghi, scomodi, difficili, fuori dai sentieri. 

Il “Gran Diedro” fu salito nel 1948 da tre giovani alpinisti di Ornavasso (Nicola Rossi, Giuseppe Oliva e Sergio Olzeri); poi più nessuno fino al tentativo nel 1978 di Alberto Giovanola e Gilberto Taglione, respinti dopo i primi due tiri dal sopraggiungere della notte. Nell’autunno del 2022, il “mistero” del Lesino è stato risolto dalla prima ripetizione della via da Fabrizio Manoni, guida alpina di Premosello, e Felice Ghiringhelli, alpinista di Cuzzago, che in tre giorni, dal 4 al 6 ottobre hanno ripetuto la scalata. Un’ascensione molto difficile, con due bivacchi e le luci dei laghi e dei paesi lontani a illuminare la notte. I numeri: 5 ore di avvicinamento sotto pesanti zaini e su terreno infido e impervio; 150 metri di canale di accesso instabile; 500 metri di parete vera e propria con difficoltà non altissime (un passo di 6c/7a) ma con un’arrampicata a volte delicata e spesso esposta e improteggibile.

Poi, a due giovani verbanesi Luca Favaretto di 22 anni e Iacopo Perelli Cazzola di 19, cresce sempre più la voglia di tentare la scalata di questa via. Luca è ormai un conoscitore dei Corni di Nibbio, e da tempo gli ronzava in testa questo progetto; Iacopo è un forte scalatore e alpinista ma non era mai salito su per queste impervie montagne, fu così che si organizzarono bene su cosa portare come materiale e come comportarsi in quel ambiente molto selvatico, dove le tracce di umano sono poche o nulle. E infine decisero di partire.

Questo il loro racconto: “Siamo partiti a piedi da Nibbio, abbiamo imboccato l’omonimo Rio, per poi salire lungo la grossa frana evidente anche dalla statale; a circa 1200 metri di quota siamo arrivati all'imbocco di una valletta laterale proveniente da destra, l'abbiamo salita fino ad arrivare a quota 1300: qui ci siamo fermati e abbiamo bivaccato: durante la notte ha fatto parecchio freddo, le temperature erano sotto lo zero e c'era un forte vento da nord, molto fastidioso.  Per dormire ci siamo messi nell’unico punto del canale in cui non era presente un nevaio, perché i canali a queste quote sono ancora tutti pieni dalle slavine dell’inverno. Alle 7 del mattino abbiamo iniziato la nostra scalata, una volta fatto il primo tiro di corda, per una mezz'ora la scalata è stata su facili placche appoggiate lungo un canalino (3° e 4° grado), fino ad arrivare all’attacco vero e proprio della via. I primi due tiri di corda sono molto delicati: il primo è di 6°+, si parte su delle placche molto lisce ma con piccole tacche e bisogna attraversare un 15 metri verso sinistra fino ad arrivare in centro dietro,un tiro praticamente non proteggibile;  il secondo è sempre di 6°+ e sale lungo il centro di questo diedro. Il terzo tiro è dove Giovanola, la guida alpina, si era calato: presenta un passaggio di 7°+, bisogna superare uno strapiombo. Continuando a salire dal centro del diedro dopo circa 250 metri di 5° e 6° grado siamo giunti al secondo diedro ovvero quello ben evidente da tutta la bassa ossola e il Cusio.  Dopo un primo tiro di corda in centro parete, abbiamo dovuto fare un lungo attraversamento verso destra, per poi riuscire a farne un altro attraversando tutto verso sinistra per rientrare nel centro del diedro: questo, perché nella fessura centrale c'è uno strapiombo di roccia marcia insuperabile. Fino a qui abbiamo ripercorso la via di Fabrizio, a differenza però che lui dopo 50 metri ha optato per uscire sulla sinistra di qualche metro per evitare delle rocce marce, noi invece non ci siamo fidati ad attraversare verso sinistra perché non vedevamo cosa ci aspettava dietro una piccola cresta, perciò abbiamo preferito rimanere nella fessura centrale: quindi, dopo aver fatto una sosta in cui abbiamo abbandonato anche un chiodo a lama, da qui siamo saliti dritti per 60 metri su un leggero strapiombo con parecchi sassi marci che si staccavano, fino ad arrivare a raggiungere una cresta finale che con un altro tiro di corda ci ha portato a raggiungere la cima del Lesino alle 16.45. Abbiamo avuto giusto il tempo di sistemare tutte le attrezzature nell’unico zaino che avevamo dietro (ne avevamo portato solo uno così il primo di cordata poteva scalare più libero, senza questo peso aggiuntivo). Ci siamo incamminati a passo veloce lungo ripidi pendii per raggiungere il nostro " bivacco ", dove avevamo pernottato e una volta arrivati abbiamo recuperato tutto il materiale usato per passare la notte e con i nostri zaini belli carichi siamo ridiscesi dal percorso del giorno prima, per arrivare alle macchine alle 21.45 di sera”.

Un’avventura indimenticabile per i due giovani alpinisti. “Per noi – spiegano soddisfatti - sono stati due giorni molto impegnativi ma ne è valsa sicuramente la fatica. Confrontandoci con Fabrizio Manoni siamo convinti che i 3 ragazzi che nel ‘48 avevano dichiarato di aver scalato il diedro, evidentemente non erano passati dal centro di questa parete perché in quegli anni queste difficoltà non venivano scalate ancora, se non magari dai grandi alpinisti di fama mondiale, perché bisogna tenere conto che si scalava con gli scarponi ed equipaggiamento scomodo. La via si estende per 700 metri, va dal 3° grado fino ad arrivare al 7°+, e la proteggibilità è di r5, ovvero molto scarsa. Nonostante il fatto che entrambi siamo molto giovani non ci siamo scoraggiati, sapevamo che sarebbe stato un lungo viaggio e che anche solo l'avvicinamento sarebbe stato molto difficile e faticoso, per non parlare poi della scalata, ma come si suol dire l'unione fa la forza e così è stato. Per due giorni c'è stato molto affiatamento tra noi due, anche perché una volta che ci siamo trovati davanti a questa parete i dubbi e le perplessità erano parecchi ma ci siamo motivati l'un l'altro e con molta determinazione siamo riusciti a raggiungere il nostro obiettivo."

Marco De Ambrosis

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