La coalizione provinciale di centrosinistra del Vco, che comprende Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ha diffuso una nota relativa ad uno dei temi più discussi delle ultime settimane a livello nazionale: il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi delle scuole voluto dal governo Meloni. Di seguito le parole del centrosinistra del Vco.
“A chi oggi esulta nel Verbano Cusio Ossola per il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi chiediamo di guardare alla realtà dei dati, non alla propaganda ideologica. Il dibattito riacceso dal Decreto Scuola del Governo Meloni sul limite del 30% viene presentato come una svolta necessaria per la scuola italiana. Ma, al di là degli annunci e delle dichiarazioni trionfalistiche, una domanda resta inevasa: quale problema reale risolve questo provvedimento, soprattutto in un territorio come il nostro? Il principio del limite del 30%, del resto, non è affatto una novità. Era già previsto dalla Circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, che lo inseriva in una strategia più ampia di inclusione e integrazione. L’obiettivo era favorire l’apprendimento della lingua italiana, sostenere il successo scolastico degli studenti e prevenire situazioni di segregazione, attraverso strumenti concreti come corsi di alfabetizzazione, mediazione culturale, accordi territoriali e percorsi educativi mirati. Quella impostazione riconosceva che l’integrazione non si realizza attraverso una semplice percentuale, ma mettendo le scuole nelle condizioni di affrontare i bisogni educativi degli studenti. Prevedeva inoltre deroghe e adattamenti alle diverse situazioni territoriali, perché la realtà scolastica non può essere governata con automatismi e soluzioni indistinte.
La differenza, oggi, è soprattutto politica. Il governo Meloni ripropone una soglia già esistente trasformandola in una bandiera identitaria, con l’evidente obiettivo di alimentare il consenso attraverso il tema dell’immigrazione. La presenta come una risposta forte a un problema descritto spesso come emergenziale, senza dimostrare che un limite numerico sia, di per sé, lo strumento più efficace per migliorare la qualità dell’istruzione. Non contestiamo la necessità di garantire a tutti gli studenti un’adeguata conoscenza della lingua italiana e condizioni favorevoli all’apprendimento. Proprio per questo riteniamo insufficiente un provvedimento che rischia di confondere la cittadinanza con il bisogno educativo e di sostituire gli interventi necessari con una regola numerica. Né neghiamo le difficoltà dove esistono: in alcune aree delle grandi città la concentrazione di studenti con limitata conoscenza dell’italiano può porre questioni organizzative e didattiche. Ma sono situazioni circoscritte, che richiedono risposte mirate: più insegnanti, risorse per l’alfabetizzazione, personale di sostegno, mediazione culturale e collaborazione tra scuole, famiglie ed enti locali. Imporre o rafforzare un tetto numerico non risolve automaticamente questi problemi. Redistribuire gli alunni tra istituti può comportare difficoltà logistiche, aumentare i tempi di spostamento e complicare la vita delle famiglie, senza garantire un miglioramento dell’apprendimento. E se le risorse didattiche restano insufficienti, cambiare la composizione numerica di una classe non crea magicamente le condizioni per una migliore integrazione.
Ma veniamo al Verbano Cusio Ossola, dove la distanza tra la propaganda nazionale e la realtà locale appare ancora più evidente. I dati dell’Osservatorio Istruzione della Regione Piemonte indicano che la nostra provincia si colloca tra quelle con la minore incidenza di studenti con cittadinanza non italiana, con una quota indicativamente intorno al 9-10%, a fronte di una media regionale vicina al 16%. Il quadro è ben diverso da quello di alcune aree metropolitane, dove si registrano concentrazioni più elevate in singoli quartieri e plessi scolastici.
Naturalmente, la media provinciale non esclude che possano esistere singole scuole con situazioni particolari. Proprio per questo occorre partire dai dati dei singoli istituti, verificare eventuali criticità e intervenire dove necessario. Non ha senso trasformare una questione circoscritta in un’emergenza generale, né celebrare una misura nazionale come se fosse la soluzione a un problema che, nel nostro territorio, non risulta diffuso. A rendere ancora più discutibile l’enfasi sul provvedimento è il fatto che il computo previsto dalle nuove disposizioni esclude determinate categorie di studenti stranieri, tra cui, secondo i criteri stabiliti dalla norma, quelli nati in Italia o che hanno già frequentato per diversi anni il sistema scolastico italiano. Questo restringe ulteriormente la platea interessata e rende ancora più necessario capire quale sarà l’impatto effettivo sulle singole scuole.
Di fronte a questi elementi, chi esulta nel Vco dovrebbe spiegare quale beneficio concreto si aspetta per le nostre scuole. Quali istituti provinciali presentano criticità tali da richiedere questo intervento? Quali difficoltà verrebbero risolte? Quanti studenti ne trarrebbero un vantaggio effettivo? E quali risultati si prevede di ottenere che non potrebbero essere raggiunti più efficacemente investendo direttamente nell’insegnamento dell’italiano e nel sostegno educativo? Sono domande semplici, ma necessarie: una politica scolastica seria si giudica dai risultati, non dalla capacità di alimentare contrapposizioni identitarie.
Nel Vco le priorità sono altre: garantire servizi educativi di qualità, sostenere le scuole dei territori montani, contrastare le difficoltà di apprendimento, assicurare personale e risorse adeguate e offrire un supporto linguistico efficace agli studenti che ne hanno bisogno, indipendentemente dalla cittadinanza e dalla provenienza delle loro famiglie. La scuola ha bisogno di investimenti, competenze e strumenti didattici, non di provvedimenti simbolici: se l’obiettivo è migliorare integrazione e rendimento, bisogna intervenire sulle cause delle difficoltà, non limitarsi a fissare una soglia percentuale. Per questo, nel nostro territorio, il tetto del 30% appare soprattutto una misura di scarsa utilità concreta, caricata di un forte significato ideologico: una risposta comunicativa a un problema raccontato come generale, più che una soluzione costruita sulle esigenze effettive delle scuole. A chi oggi festeggia chiediamo di abbandonare gli slogan e di indicare criticità concrete e benefici verificabili. In loro assenza, resta il sospetto che si stia celebrando non un risultato per la scuola, ma una vittoria di propaganda”.