Un servizio storico del VCO rischia di scomparire mentre famiglie e operatori chiedono risposte. I documenti mostrano una crisi che non nasce oggi e che coinvolge Fondazione, ASL e Regione.
La chiusura dei servizi ambulatoriali e domiciliari della Fondazione Sacra Famiglia di Verbania, annunciata con decorrenza dal 1° ottobre 2026, non rappresenta soltanto la fine di un presidio sanitario storico per il Verbano Cusio Ossola. È soprattutto il sintomo di un problema più profondo che coinvolge programmazione sanitaria, finanziamenti pubblici e capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni di un territorio sempre più fragile.
Nel comunicato diffuso dalla Fondazione, la decisione viene motivata con ragioni di sostenibilità economica. La Sacra Famiglia sostiene di aver garantito per anni le prestazioni in perdita, coprendo con risorse proprie il divario tra costi reali e contributi riconosciuti dal sistema pubblico. Secondo la Fondazione, per rendere sostenibile il servizio sarebbe stato necessario un budget tre o quattro volte superiore a quello attuale, richiesta che non ha trovato risposta a causa della mancanza di risorse regionali.
La struttura, presente a Verbania dal 1940, garantisce servizi di neuropsichiatria infantile, logopedia, psicomotricità, fisioterapia e riabilitazione, rappresentando uno dei punti di riferimento per decine di famiglie del territorio.
Ma la documentazione disponibile racconta una storia più complessa.
Il nodo della convenzione ferma sostanzialmente al 2013. La convenzione sottoscritta tra ASL VCO e Fondazione Sacra Famiglia nel 2013 prevedeva una profonda riorganizzazione degli accessi alle prestazioni riabilitative. Da quel momento i pazienti non hanno più potuto accedere direttamente ai servizi, ma esclusivamente attraverso l'invio dei servizi di Neuropsichiatria Infantile o Recupero e Rieducazione Funzionale dell'ASL, con successiva autorizzazione del distretto.
La stessa convenzione fissava un volume massimo di attività pari a 16 prestazioni giornaliere e tariffe stabilite dalla normativa regionale del 2003: 36,41 euro per le prestazioni individuali e 46,98 euro per quelle domiciliari.
Il personale a disposizione della struttura per questo servizio consisteva in: neuropsichiatra infantile, 2 neuropsicomotriciste, 2 logopediste, 1 fisioterapista e un’educatrice professionale, che svolgeva da qualche anno trattamenti psicoeducativi con i minori. Nel 2013 era prevista anche la figura del Foniatra, rimasto in servizio fino al 2024 e poi non più integrato, una grossa perdita per il territorio e ll’Istituto, dal momento che tale figura non è presente nei nostri servizi ospedalieri. In ogni caso, un numero di operatori, che per quanto piccolo, richiede comunque un sostentamento e che svolge e svolgeva prestazioni non solamente dirette all’utenza, ma anche incontri con le scuole e i servizi del territorio, garantendo alle famiglie una presa in carico completa e complessa e di conseguenza un cospicuo numero di prestazioni giornaliere e settimanali.
E’ evidente che un budget di circa 128.000, non più ridiscusso in maniera sostanziale e basato su un numero di prestazioni esigue considerato il personale a disposizione comunque tra fisioterapia e il servizio ambulatoriale minori e l'ammontare delle richieste, che, come in tutti i servizi di neuropsichiatria infantile era impennato dopo il Covid-19, sia la chiave di questo problema. I volumi delle attività sono cambiati, i costi sono aumentati, ma il budget a disposizione è rimasto lo stesso, così come la tariffa a prestazione e questo già in un passato non così distante da oggi si era rivelato essere un problema: nell’autunno del 2024 per un periodo l'ambulatorio aveva infatti già dovuto fermare le proprie prestazioni per numerosi utenti, dal momento che la cifra era stata superata, creando già un momento di disagio alle famiglie, a cui era stato proposto di proseguire presso lo stesso ambulatorio in maniera privata. Un controsenso, una violazione dei diritti degli utenti da parte della struttura, se si pensa che molte famiglie avevano già fatto un percorso privatamente mentre aspettavano nelle liste d'attesa di essere prese in carico. Questa situazione ora rischia di ripresentarsi e in maniera ancora più concreta. All'epoca infatti già alcune famiglie si erano mosse con l'amministrazione per riuscire a riprendere le terapie e solo così la struttura aveva ricominciato a garantire le prestazioni che di fatto era suo dovere erogare, ma dopo neanche due anni da quell'episodio la situazione è scoppiata.
Al momento sono stati riferiti tempi di attesa di oltre 6 mesi nella struttura, dopo circa un anno di attesa presso l’ASL di Verbania per il primo accesso. Al posto di incrementare le risorse, dato questo bisogno, investire su un servizio e potenziarlo, è stata fatta la scelta di continuare e le conseguenze ora le subiscono gli utenti e il personale che non sarà più in servizio da ottobre 2026. La Fondazione afferma di aver informato tempestivamente le istituzioni e di aver individuato altri soggetti disponibili ad accogliere gli utenti e che sarà sua premura indirizzare le famiglie verso questi enti. Tuttavia, parliamo di un territorio già in sofferenza, caratterizzato da una grave carenza di neuropsichiatri infantili, terapisti e servizi disponibili. Gli altri centri convenzionati e gli stessi servizi pubblici presentano liste d'attesa che possono arrivare oltre a un anno per alcune prestazioni, come quelle logopediche. Ci si chiede quindi se una chiusura così tempestiva, che, come dichiarato dalla Fondazione stessa doveva cadere addirittura nella data del 1° settembre, poi posticipata al 1° ottobre, permetterà davvero alle famiglie una presa in carico in altre strutture, o se siano solo parole di facciata quando la realtà è che molte di queste famiglie non vedranno accolte i loro bisogni e diritti. Inoltre al servizio si rivolgono utenti delle zone dell’Alto Verbano, Cannobio, Oggebbio, Cannero, una parte di territorio che rischia di rimanere scoperta o di dover ricorrere a trattamenti privati, con spese enormi che purtroppo molte famiglie non possono permettersi. Concedere più tempo, continuare il dialogo con gli altri servizi, avrebbe permesso sicuramente alle parti in gioco di provare a dare delle risposte più concrete e realistiche all’utenza.
Come forza politica riteniamo che non sia più accettabile assistere passivamente allo smantellamento di servizi essenziali senza una programmazione adeguata e senza un confronto pubblico con il territorio.
Chiediamo ai vertici dell'ASL VCO per conoscere quali azioni siano state intraprese per evitare la chiusura del servizio, quali strutture siano effettivamente in grado di assorbire gli utenti oggi in carico alla Sacra Famiglia e quali garanzie possano essere offerte alle famiglie coinvolte.
Chiediamo alla Regione Piemonte affinché chiarisca se intenda intervenire per aggiornare convenzioni e finanziamenti ormai inadeguati rispetto ai bisogni attuali e per scongiurare la perdita definitiva di un presidio sanitario che da decenni opera sul territorio.
Chiediamo al Sindaco del Comune di Verbania in primis, ma anche agli altri sindaci del territorio di assumere una posizione chiara e si facciano parte attiva nel confronto con ASL e Regione.
Nessuno può fingere di non sapere. I problemi erano noti, le criticità erano state segnalate e le richieste di intervento erano state avanzate da tempo. Oggi servono responsabilità e scelte concrete.
Ben 70 famiglie sono le coinvolte e che meritano risposte immediate. Il territorio merita di sapere perché si è arrivati a questo punto e quali soluzioni si intendano mettere in campo per evitare che una situazione annunciata si trasformi nell'ennesima emergenza sanitaria scaricata sui cittadini.
Gruppo territoriale del Movimento 5 Stelle VCO