Ultim'ora - 23 luglio 2026, 16:24

Pastorella: "All'Ue servono investimenti, campioni industriali e una strategia sui data center"

(Adnkronos) - L’Unione europea ha iniziato a fare politica industriale attraverso gli strumenti della politica commerciale e regolatoria, usando standard, certificazioni e criteri di accesso al mercato per distinguere tra fornitori e Paesi. Ma l’esclusione dei soggetti considerati rischiosi è soltanto la “pars destruens”: senza investimenti, imprese e capacità produttiva, la sovranità digitale resta un progetto incompleto. È il punto centrale dell’intervento di Giulia Pastorella, deputata di Azione, alla conferenza organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia. 

La svolta europea riflette la fine del “mondo piatto” immaginato dai pionieri del digitale. Le catene globali del valore continuano a esistere, ma si stanno organizzando attorno a blocchi geopolitici, commerciali e valoriali. In questo scenario l’Europa non può più restare completamente aperta e affidarsi a un ordine internazionale che ha perso efficacia, ma non ha ancora adottato la chiarezza e la potenza di investimento degli Stati Uniti. 

Per Pastorella, Bruxelles è quindi “in mezzo al guado”. Le misure non tariffarie possono essere una risposta legittima alle dipendenze strategiche, ma devono essere accompagnate da una “pars construens”: sostegno alle imprese europee o dei Paesi alleati, sviluppo di tecnologie alternative e costruzione di capacità industriale. Il Chips Act va in questa direzione, ma non è sufficiente. 

Il limite principale è nelle competenze e nelle risorse. L’Unione può semplificare la stratificazione normativa e coordinare i regolamenti, ma non dispone di un bilancio adeguato a una politica industriale paragonabile a quella delle altre grandi potenze. Una possibile strada è rendere più coordinata la somma degli investimenti nazionali, superando la competizione tra i Ventisette e definendo una divisione dei ruoli capace di generare scala. 

La stessa politica della concorrenza deve adattarsi al nuovo contesto. Pastorella ha indicato la necessità di consentire la crescita di campioni europei anche accettando, in alcuni settori strategici, una maggiore concentrazione. La tradizionale attenzione al rischio monopolistico deve confrontarsi con mercati globali nei quali le imprese europee competono con attori di dimensioni molto superiori. 

I data center sono un esempio concreto di questa sfida. La proposta di legge promossa dalla deputata, sostenuta da esponenti di quasi tutti i gruppi parlamentari e già approvata dalla Camera, punta a rendere l’Italia più competitiva attraverso tempi autorizzativi chiari, un interlocutore amministrativo riconoscibile e una pianificazione nazionale delle infrastrutture. 

L’obiettivo è evitare che gli investitori siano rimbalzati tra ministeri e amministrazioni locali, ma anche impedire uno sviluppo casuale e disordinato. La norma introduce paletti su consumo di suolo e acqua, uso di aree brownfield, impatto energetico e sviluppo delle competenze. In questo modo può rispondere alle preoccupazioni dei cittadini e ridurre la crescente opposizione locale. 

Pastorella ha messo in guardia dalla frammentazione regionale. Senza una disciplina nazionale, l’Italia rischia di ritrovarsi con venti leggi diverse sui data center, mentre operatori improvvisati annunciano progetti senza una strategia industriale. Una cornice comune può invece distinguere investimenti seri da iniziative speculative e favorire un confronto più trasparente con i territori. 

La questione va oltre i singoli impianti. Cloud e intelligenza artificiale richiedono capacità computazionale, energia, reti e competenze. Se l’Italia vuole contribuire alla strategia europea sull’Ai, deve colmare il divario infrastrutturale e inserire i data center in una politica industriale coordinata tra Mimit, Mase e istituzioni territoriali. 

La sovranità digitale, nella visione di Pastorella, non nasce quindi soltanto dall’esclusione di un fornitore o dall’adozione di uno standard. Richiede capitale, scala, coordinamento e infrastrutture. Senza questa seconda gamba, l’Europa rischia di proteggere un mercato nel quale non dispone ancora di alternative sufficienti. 

 

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