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Cultura | 28 giugno 2026, 17:38

I finalisti del Premio Strega raccontano i loro romanzi: tra autobiografia, memoria e corpo

Sul palco del Teatro Il Maggiore gli autori si sono confrontati con Alessandra Tedesco di Radio 24, svelando i temi più profondi delle opere in concorso tra esperienze personali, finzione narrativa e riflessioni sull'identità

I finalisti del Premio Strega raccontano i loro romanzi: tra autobiografia, memoria e corpo

Protagonisti del secondo appuntamento del tour del Premio Strega al Teatro Il Maggiore sono stati i finalisti dell'edizione 2026, chiamati a raccontare al pubblico la genesi dei loro romanzi e il rapporto tra esperienza personale e invenzione narrativa. A guidare l'incontro è stata Alessandra Tedesco di Radio 24.

Ad aprire il confronto è stato Alcide Pierantozzi, che ha chiarito come il protagonista del suo romanzo, Lo Sbilixo, «non sia autofiction», pur partendo da elementi profondamente personali. Lo scrittore racconta infatti il rapporto con la patologia che lo accompagna dalla nascita, lo spettro autistico, e con la perdita della madre, scomparsa a causa di un tumore al seno.

"C'è poca psicologia nel libro – ha spiegato –. C'è soprattutto la percezione del corpo e dei farmaci che sono costretto ad assumere e che mi permettono di tenere sotto controllo la malattia». Una dimensione corporea che emerge anche nel racconto della malattia della madre: «L'ho accompagnata agli esami e ho tenuto i referti sotto il letto per cinque anni senza mai guardarli".

Alla domanda rivolta da Alessandra Tedesco a tutti gli autori – "Qual è la domanda che avreste voluto vi fosse fatta e che nessun giornalista vi ha mai rivolto?" – Pierantozzi ha confessato che avrebbe voluto parlare della difficoltà nel costruire una relazione affettiva, tema solo accennato nelle interviste.

Anche Teresa Ciabatti ha riconosciuto una componente autobiografica nel suo Donnaregina. La protagonista, una giornalista-scrittrice, si trova a confrontarsi con due corpi segnati dalla sofferenza: quello di un boss mafioso ormai anziano, che vive la perdita delle minacce come un segno della propria irrilevanza, e quello della figlia tredicenne, che si procura volontariamente delle ferite per esprimere il proprio disagio psicologico.

"Il boss – ha raccontato Ciabatti – percepisce l'assenza di attentati come una perdita di valore del proprio corpo, ormai non più interessante per nessuno. È il segno dell'avvicinarsi della fine".

Con Le vedove di Camus, Elena Rui ricostruisce invece il rapporto tra Albert Camus e le tre donne della sua vita: la moglie e le due amanti. Un lavoro nato da un'accurata ricerca documentale, sulla quale l'autrice ha costruito la narrazione romanzesca. «Ho capito che la vera vedova fosse la moglie – ha spiegato – perché nelle fotografie del funerale è l'unica a non piangere».

In collegamento streaming è intervenuta Bianca Pitzorno, autrice de La Sonnambula, romanzo che ripercorre la storia della propria famiglia partendo dalle quattro bisnonne. "È una vicenda raccontata da me, che sarei nata settant'anni dopo. La sonnambula è colei che prevede gli eventi che porteranno prima i miei nonni e poi i miei genitori a conoscersi, anche se a raccontare è chi ancora non esisteva".

Michele Mari, con I convitati di pietra, ha invece precisato che nel romanzo c'è ben poco di autobiografico. I protagonisti sono ex studenti di un liceo classico milanese che, dopo l'esame di maturità del 1975, stringono un patto destinato ad accompagnarli fino alla vecchiaia e al confronto con la morte, mostrando come il tempo trasformi profondamente caratteri e ambizioni.

L'assenza annunciata di Matteo Nucci non ha infine permesso al pubblico del Teatro Il Maggiore di conoscere direttamente il suo Platone. Una storia d'amore, tra i libri in corsa per il Premio Strega 2026.

Redazione

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