Sanità - 10 gennaio 2026, 15:17

Ospedale unico, Bonacci di Insieme per un Dono: «Sembra che l’unica certezza sia non farlo a Domodossola»

Il medico domese da anni impegnato nella dfesa del San Biagio: «Bene la scelta, ma ora serve capire se sarà davvero un ospedale unico o solo una nuova struttura»

A venticinque anni dall’inizio della battaglia per la difesa dell’ospedale San Biagio e per la realizzazione di un vero ospedale unico provinciale, il comitato Insieme per un dono torna a intervenire nel dibattito sulla sanità del Verbano Cusio Ossola. La recente decisione della Regione Piemonte di certificare la costruzione di un nuovo ospedale viene accolta positivamente, ma con una richiesta chiara: distinguere senza ambiguità tra “ospedale nuovo” e “ospedale unico”.

«Nel 2000 – ricorda Davide Bonacci – ci siamo mobilitati contro la chiusura dei reparti del San Biagio e per un ospedale unico provinciale. Fu una mobilitazione straordinaria, con oltre cento associazioni di volontariato e la partecipazione di tutti gli ossolani. Quella forza popolare impedì l’ennesimo scempio ai danni dell’Ossola e delle sue valli».

Una linea che il comitato non ha mai abbandonato. «Per questo – spiega Bonacci – la notizia che la Regione ha certificato la scelta di costruire un nuovo ospedale non può che essere accolta con favore». Ma subito arriva il distinguo: «È fondamentale chiarire se stiamo parlando davvero di un ospedale unico o semplicemente di un ospedale nuovo».

Secondo Insieme per un dono, l’ospedale unico deve essere «il punto di riferimento di tutta l’attività sanitaria provinciale, sede di un DEA unico per l’emergenza-urgenza e di tutta la medicina ospedaliera di elezione, con tutti i reparti concentrati in un’unica struttura». Una scelta che consentirebbe «una vera sinergia tra competenze mediche e chirurgiche».

In questo scenario, gli attuali ospedali dovrebbero essere riconvertiti: «Le strutture esistenti – chiarisce Bonacci – potrebbero diventare presidi di medicina territoriale, strutture riabilitative, case della salute o distretti, ma senza competenze sull’emergenza-urgenza. L’obiettivo è sgravare l’ospedale unico da accessi inutili per esami programmabili e non urgenti».

Altro nodo centrale è quello organizzativo: «Un vero ospedale unico dovrebbe ospitare anche tutta la dirigenza sanitaria e amministrativa dell’ASL VCO, oggi a Omegna. La vicinanza tra parte medica e amministrativa è fondamentale per evitare continui spostamenti e migliorare la collaborazione».

Diverso, invece, lo scenario di un semplice ospedale nuovo. «Un ospedale generalista con DEA – osserva Bonacci – che non comporti la chiusura degli altri presidi apre molte incognite. Cosa succederà al Castelli, al San Biagio e al COQ, di cui l’ASL è socio di maggioranza? Diventeranno sedi di specialità magari gestite da privati? Faranno concorrenza alla sanità pubblica? Avranno pronto soccorso o solo punti di primo intervento?».

Domande che, secondo il comitato, non possono restare senza risposta. «In questo caso – aggiunge Bonacci – la sede amministrativa resterebbe distante dalla struttura operativa, riproponendo tutti i limiti che abbiamo già sperimentato negli ultimi anni».

La posizione resta dunque chiara: «Siamo entusiasti della scelta di un nuovo ospedale in territorio ossolano, ma attendiamo di capire se sarà davvero un ospedale unico che concentri tutte le competenze, o solo un tassello in più di un sistema frammentato».

Il timore è che nulla cambi davvero: «Solo allora potremo capire se la sanità del VCO farà finalmente quel salto di qualità che chiediamo da oltre vent’anni, oppure se resterà un puzzle di servizi sparsi, magari gestiti anche da privati, in competizione con il pubblico».

E in chiusura, una riflessione amara che richiama il passato: «Di fronte al coro unanime ed entusiastico della politica, delle parti sociali e dell’Ordine dei medici, resta la stessa sensazione che avevamo vent’anni fa: facciamolo ovunque, purché non a Domodossola».

Redazione